La pandemia non ferma la celebrazione della scienza: Fondazione Umberto Veronesi premia due nostre ricercatrici!

Giovedì 25 marzo si è tenuta la premiazione dei vincitori delle borse di studio erogate dalla Fondazione Umberto Veronesi per l’anno 2021. Nonostante l’evento sia stato tenuto online, non ha perso in prestigio ed è stata un’occasione per inviare messaggi autorevoli a proposito della ricerca scientifica. Sono infatti intervenuti vari esponenti della vita politica e scientifica del nostro paese.

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Le vescicole extracellulari e le componenti dell’aterosclerosi

Ciao a tutti, mi chiamo Maria Francesca Greco e sono al primo anno di dottorato in Scienze Farmacologiche Biomolecolari, Sperimentali e Cliniche presso l’Università degli Studi di Milano. I principali obiettivi del mio progetto di ricerca sono quello di valutare il ruolo delle vescicole extracellulari nel contesto dell’aterosclerosi e come la proteina PCSK9 (proproteina convertasi subtilisina/kexina di tipo 9) possa influenzare le proprietà di tali vescicole. 

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Trattare la sindrome metabolica per ridurre il rischio cardiovascolare

Ciao a tutti! Mi chiamo Asiiat Alieva. Dopo la laurea in Medicina in Russia, mi sono specializzata in cardiologia e adesso sto frequentando l’ultimo anno del dottorato in Scienze Farmacologiche Biomolecolari, Sperimentali e Cliniche, svolgendo la mia attività di ricerca presso il Servizio di Epidemiologia e Farmacologia Preventiva dell’Università degli Studi di Milano. Recentemente, mi sono occupata di una tematica molto attuale: la prevalenza di sindrome metabolica (SM) e l’impatto sul rischio cardiovascolare delle diverse componenti che la definiscono.

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A caccia di nuovi biomarcatori di aterosclerosi: il calcio carotideo

Le attuali linee guida per la prevenzione cardiovascolare raccomandano l’identificazione dei soggetti ad alto rischio attraverso il cosiddetto calcolo del rischio cardiovascolare globale. 

Purtroppo, è ormai ampiamente accettato che questi algoritmi predicono il rischio in modo subottimale e, nella migliore delle ipotesi, questi sono in grado di predire in modo corretto circa il 60-65% del rischio di sviluppare eventi vascolari. Spesso questi eventi sono registrati persino in individui che non presentano alcun fattore di rischio convenzionale.

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Diabete ed eventi cardiovascolari. Perché?

Il diabete mellito è un importante fattore di rischio per l’insorgenza di eventi cardio- e cerebro-vascolari di origine aterosclerotica, come infarto miocardico e ictus. Gli eventi cardiovascolari sono da due a quattro volte più frequenti nei pazienti diabetici che nei non diabetici, e il paziente diabetico ha una probabilità di incorrere in un evento cardiovascolare simile a quella di un soggetto che già ha subito tale evento.

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HDL, aterosclerosi e… microrganismi intestinali: parte uno studio per studiarne lo stretto rapporto

È sempre stato lì, ma nessuno gli ha mai dato molto peso. Di recente, il mondo scientifico ha iniziato però a riconoscergli sempre più importanza, e oggi è difficile trovare un ambito che non sia stato collegato alla sua attività. Sto parlando del microbiota intestinale, ossia l’insieme di tutti i microrganismi (batteri, funghi, lieviti, virus) che popolano il nostro intestino.

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Il diabete come fattore di rischio cardiovascolare

Questo è il primo di una serie di post dedicati a una campagna per migliorare la conoscenza e la consapevolezza dei nostri lettori sul diabete mellito, sulle possibili complicanze e sulle possibili terapie. Questo progetto nasce da una collaborazione tra il nostro dipartimento (DiSFeB) e la Società Italiana di Diabetologia (SID) ed è rivolto ai soggetti diabetici, ai loro familiari, agli operatori sanitari e, più in generale, all’intera società civile.

La patologia diabetica è una malattia endocrina caratterizzata dalla distruzione delle beta cellule (diabete mellito di tipo 1) o da un gruppo di malattie, diverse tra loro, caratterizzate da una resistenza all’ormone insulina (diabete mellito di tipo 2) e da un deficit relativo di secrezione di insulina. In particolare, il tipo 2 si associa a un aumentato rischio cardiovascolare [1, 2], con quasi il doppio di probabilità di sviluppare, rispetto ai soggetti non diabetici, una cardiopatia ischemica, cioè una condizione caratterizzata da un insufficiente apporto di sangue e di ossigeno al cuore [3]. Questa tendenza sembra essersi ridotta nell’ultimo decennio, grazie a nuove possibilità di cura. I diabetici non presentano soltanto un maggior rischio di eventi cardiovascolari ma anche una maggior probabilità di un decorso clinico peggiore; ad esempio, il soggetto con diabete di tipo 2, che ha avuto un infarto miocardico, è caratterizzato da una più elevata mortalità nel periodo successivo all’infarto [4]. Nonostante negli ultimi anni la disponibilità di nuovi farmaci sia riuscita a ridurre nei soggetti diabetici l’incidenza di eventi cardiovascolari [5], tali fenomeni rimangono la principale causa di mortalità cardiovascolare.

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Sistema immunitario, aterosclerosi, immunoterapia

Le malattie cardiovascolari rappresentano, purtroppo ancora oggi, una delle principali cause di mortalità. Le più significative manifestazioni cliniche sono rappresentate dall’infarto del miocardio, l’ictus cerebrale e l’arteriopatia obliterante agli arti inferiori. Queste manifestazioni derivano, generalmente, dalla presenza di alterazioni delle arterie di tipo aterosclerotico che riducono il lume (stenosi) e sulle quali possono formarsi trombi con possibile occlusione dei vasi. L’aterosclerosi rappresenta, infatti, un accumulo di lipidi nelle arterie che si sviluppa in presenza di alcuni fattori di rischio quali, ad esempio, l’aumento dei livelli circolanti di colesterolo (ipercolesterolemia), l’ipertensione, il diabete, il fumo di sigaretta, senza dimenticare come anche la predisposizione personale incida sulla manifestazione della malattia. Sebbene sia nota dalla fine dell’Ottocento, soltanto negli ultimi 30 anni l’aterosclerosi è stata descritta come una patologia infiammatoria cronica, in cui cellule e molecole del sistema immunitario concorrono ad aggravare il decorso ed esacerbare le manifestazioni cliniche della stessa.

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PCSK9 circolante ed aterosclerosi: una relazione ancora da chiarire

Sono Daniela Coggi, laureata in Farmacia e sto terminando il primo anno di dottorato in Scienze Farmacologiche Sperimentali e Cliniche. Tra le attività svolte quest’anno, mi sono occupata di uno studio volto a valutare la relazione tra la proproteina convertasi subtilisina/kexina di tipo 9, anche nota come PCSK9, e la patologia aterosclerotica sia clinica che subclinica.

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Il cuore e la mente, che grande enigma!

Sono Leonardo Sandrini, laureato in Chimica e tecnologia farmaceutiche, e attualmente frequento il secondo anno del dottorato in Scienze farmacologiche sperimentali e cliniche presso La Statale di Milano.

Il titolo del mio post prende spunto da un dialogo tratto dal film Luci della ribalta, di Charlie Chaplin del 1952. Calvero, protagonista del film, usa questa frase per descrivere il mistero che avvolge l’origine delle passioni umane, così ho deciso di prenderla in prestito per introdurre l’argomento del mio percorso di dottorato: il rapporto cuore-cervello nelle malattie cardiovascolari. Come già descritto da alcuni colleghi, malattie cardiovascolari e disturbi neuropsichiatrici e comportamentali rappresentano oggi patologie con un elevato impatto socio-economico, essendo tra le principali cause di mortalità e morbidità. Negli ultimi anni si è assistito ad un crescente interesse nella relazione tra malattie della sfera psichiatrica-comportamentale e quelle cardiovascolari. Se infatti la presenza di uno o più fattori di rischio tradizionali come elevati livelli di pressione, colesterolo, glicemia e abitudine al fumo sembravano sufficienti a spiegare l’insorgenza e la progressione delle malattie cardiovascolari, recenti studi hanno stabilito come il 25% dei pazienti affetti non presenti questi fattori di rischio.

Partendo da questi dati, numerosi studi hanno dimostrato come stress e malattie neuropsichiatriche associate ad esso, come la depressione, possano rientrare a pieno titolo nella categoria dei fattori di rischio cardiovascolare. Studi epidemiologici hanno evidenziato che la presenza concomitante di malattie neuropsichiatriche e cardiovascolari peggiora il quadro clinico dei pazienti andando ad influire tra l’altro sul successo delle terapie farmacologiche tradizionali, che spesso risultano inefficaci nel trattamento di questi casi.

Fin dall’antichità si era compreso come cuore e psiche fossero strettamente legate tra loro tanto da indurre il filosofo Platone a ipotizzare una correlazione tra cuore e cervello. Se però ci pensiamo bene le dimostrazioni del rapporto cuore-cervello sono note a tutti noi: chi di noi, ad esempio, non ha sentito accelerare il proprio battito cardiaco in seguito ad un’emozione, positiva o negativa che fosse?

Riprendendo questa antica idea e partendo da queste semplici osservazioni la ricerca durante lo scorso secolo è riuscita a comprendere i meccanismi di base che regolano questa interazione. A seguito di uno stimolo esterno, il sistema nervoso centrale attiva il sistema adrenergico e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene rilasciando messaggeri chimici, detti neurotrasmettitori. Queste molecole agiscono a livello cardiovascolare determinando l’alterazione transitoria di alcuni parametri come pressione o ritmo cardiaco ma anche su vie molecolari come la cascata della coagulazione. Tuttavia nel caso in cui vi sia un aumento persistente nel rilascio di neurotrasmettitori, come accade in condizioni di stress cronico, le alterazioni possono costituire la base per l’insorgenza e la progressione delle patologie cardiovascolari alterando meccanismi molecolari interni ad ogni singola cellula ancora sconosciuti.

Alla luce di tutto ciò, il progetto di dottorato a cui sto lavorando si pone come obiettivo quello di comprendere quali siano questi meccanismi molecolari comuni alla base delle patologie neuropsichiatriche-comportamentali e cardiovascolari. L’obiettivo a lungo termine del progetto è l’individuazione di questi nuovi bersagli, che un giorno potrebbero diventare l’obiettivo di nuovi trattamenti farmacologici utili a contrastare l’insorgenza e la progressione delle malattie cardiovascolari in associazione a quelle neuropsichiatriche e comportamentali.