Vaccino anti-COVID-19 e HIV

A inizio anno lo Stato italiano ha dato il via alla campagna vaccinale anti COVID-19. Precedenza è stata data a quelle categorie più fragili, a seconda di età anagrafica, patologie croniche e rischio lavorativo. In maniera lungimirante le persone che convivono con HIV sono state considerate in questo gruppo, e non a caso.

In un articolo precedente avevamo parlato di come HIV replichi nei linfociti T helper e di come comprometta le normali funzioni del sistema immunitario. Inoltre, HIV è in grado di stabilirsi in maniera latente in una percentuale di queste cellule, persistendo nel corpo e instaurando un’infezione cronica.

Un individuo che risponde ottimamente alla terapia antiretrovirale gode di un’aspettativa di vita comparabile alle persone sieronegative e il suo sistema immunitario è considerato funzionante. Ciononostante, non è raro riscontrare un’efficacia inferiore di alcuni vaccini in persone sieropositive. È un problema che riguarda, tra gli altri, il vaccino antinfluenzale. Le cause sono molteplici e possono coinvolgere sia le persone che rispondono bene alla terapia sia quelle che non riescono a controllare l’infezione da HIV. Per quanto riguarda i vaccini anti COVID-19, ancora si sa troppo poco sulla capacità di indurre una risposta immunitaria in certe categorie di persone, ed esiste un urgente bisogno di dati a riguardo.

Photo by National Cancer Institute on Unsplash

Per questo, nel nostro laboratorio stiamo studiando la risposta immunitaria di soggetti HIV+ alla somministrazione del vaccino Moderna. Da febbraio abbiamo raccolto campioni di sangue, siero e plasma a diversi tempi. L’obiettivo è quello di monitorare la magnitudine e la durata della risposta neutralizzante dei sieri, comparata a quella indotta dal vaccino in individui sieronegativi. I dati finali daranno importanti prospettive in ambito scientifico e politico. Qualsiasi essi siano, ancora più di prima, sarà fondamentale dare accesso alla terapia e raggiungere ogni persona che convive con HIV.

Come detto, non tutte le persone in terapia rispondono bene e non tutti gli individui riescono a scoprire in tempi brevi di convivere con HIV, il tutto a discapito delle difese immunitarie dell’organismo. Quando un soggetto immunocompromesso incontra SARS-CoV-2, può capitare che il sistema immunitario non sia in grado di combattere, né sconfiggere, l’infezione in atto. Ciò comporta un rischio per l’individuo.

In secondo luogo, il virus ha un’occasione per replicare indefinitamente e di conseguenza mutare ed eventualmente diffondersi nella popolazione, se le nuove mutazioni portano benefici per il virus. Un meccanismo che potrebbe favorire l’insorgenza di nuove varianti virali. Sono ormai innumerevoli gli studi che riportano di persone che convivono con HIV affette da infezioni prolungate di SARS-CoV-2, anche di mesi, in cui è possibile tracciare una vera e propria evoluzione virale in cui emergono mutazioni identiche a quelle che caratterizzano alcune varianti di SARS-CoV-2.

Alla luce di ciò, è necessario prestare attenzioni addizionali e tutelare ancor di più tutte quelle categorie immunocompromesse, rendendo accessibile una rapida diagnosi, terapie e la vaccinazione anti COVID-19.

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