La genetica nel controllo del tono dell’umore

Le patologie psichiatriche sono sempre più diffuse e l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che circa il 10% della popolazione mondiale abbia manifestato sintomi psichiatrici almeno una volta nel corso della vita. Inoltre, i disordini dell’umore rappresentano la seconda causa di disabilità nel mondo generando disagi e costi non solo alla società, ma anche alle famiglie e ai pazienti stessi. 

Sebbene siano patologie estremamente diffuse, le cause che portano alla loro manifestazione e i meccanismi che risultano sregolati nell’organismo dei soggetti affetti sono ancora da chiarire e sono oggetto di studio per numerosi ricercatori in tutto il mondo. 

Come vi avevo già raccontato in un mio precedente articolo, è ormai chiaro come alla manifestazione di queste malattie concorrano diversi elementi. Da un lato abbiamo i fattori genetici, ossia alterazioni di alcune sequenze di DNA che, nei soggetti portatori, inducono una predisposizione alla manifestazione dei sintomi. Al tempo stesso, anche l’ambiente gioca un ruolo cruciale ed eventi negativi e stressanti durante lo sviluppo, ma anche in vita adulta, possono smascherare la presenza di alterazioni latenti e infine portare alla manifestazione della patologia. 

Su queste basi, durante il mio dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari (DiSFeB) dell’Università degli Studi di Milano e in collaborazione con il Donders Insitute for Brain, Cognition and Behavior di Nijimegen, sto valutando in che modo la presenza di alterazioni genetiche possa influenzare la risposta a diversi stimoli ambientali. In particolare, mi sto focalizzando su alterazioni genetiche del sistema serotoninergico che è strettamente legato al controllo del tono dell’umore e le cui alterazioni sono implicate nella genesi delle patologie psichiatriche. 

Capire in che modo un organismo portatore di queste alterazioni possa rispondere a stimoli ambientali negativi, quali ad esempio situazioni stressanti, potrebbe aiutare a chiarire quali possano essere i meccanismi che non vengono attivati in maniera corretta e, in ultimo, permettere l’identificazione di nuovi approcci farmacologici.

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