Spezie camerunensi per i disturbi gastrici: uno studio etnofarmacologico

L’impiego delle piante a scopo salutistico è testimoniato fin dall’antichità. Ancora oggi più della metà della popolazione mondiale si rivolge a rimedi tradizionali a base di erbe come primo rimedio in caso di necessità, in particolare nei paesi in via di sviluppo. L’etnofarmacologia è un campo in rapida espansione, definibile come il punto di incontro tra etnomedicina e farmacologia. Nella sua moderna concezione questa disciplina si focalizza sulla ricerca di efficacia e sicurezza di rimedi tradizionali, impiegati in specifici contesti geografici e culturali, al fine di gettare le basi scientifiche dell’impiego medicinale nell’uomo. Per sua natura l’etnofarmacologia è un campo di studio altamente interdisciplinare, che richiede competenze nel campo farmacologico, medico, botanico, chimico, ma anche storico, antropologico e ambientale. 

Lo studio delle attività biologiche dei prodotti di origine naturale è il fine della farmacognosia, scienza la cui ricerca può essere modulata secondo diversi approcci.

Uno dei più affascinanti è proprio l’approccio etnofarmacologico, metodo nel quale, attraverso indagini storiche e antropologiche, vengono raccolte informazioni iniziali relative ai principali rimedi naturali, utilizzati in una specifica area geografica. L’uso locale di piante, infatti, è influenzato non solo dai diversi contesti culturali e storici, ma anche dall’effettiva disponibilità di certe risorse naturali.

L’approccio etnofarmacologico permette di selezionare piante potenzialmente attive a livello farmacologico, selezionate sulla base di contesti socio-culturali, per guidare successivamente studi scientifici sulla loro reale efficacia. Solitamente la ricerca procede per gradi, partendo da prime valutazioni su modelli cellulari, capaci di fornire i primi indizi sui potenziali meccanismi d’azione. In base a queste premesse, nel nostro laboratorio di farmacognosia abbiamo recentemente condotto uno studio etnofarmacologico su alcune piante appartenenti alla tradizione camerunense. 

Camerun evidenziato in rosso.

Nah poh (tradotta come “salsa gialla”) e Nkui (tradotta come “salsa appiccicosa”) sono salse che accompagnano rispettivamente il taro battuto (Colocasia esculenta) e il cuscus di mais, piatti precedentemente riservati alle grandi cerimonie tradizionali del Camerun occidentale e nord-occidentale. La preparazione di queste salse appartiene alle tradizionali conoscenze delle popolazioni locali. 

Uso di Nah poh (salsa gialla) in un tipico piatto tradizionale camerunense contenente taro (Colocasia esculenta).

La salsa gialla è di base un’emulsione di olio di palma in acqua, stabilizzata attraverso l’uso di salgemma o di estratti acquosi, ottenuti da cenere di foglie di piante o bucce di banana. Nkui è invece un preparato ottenuto dalla macerazione in acqua calda della corteccia di Triumfetta pentandra, un arbusto ampiamente diffuso nelle regioni tropicali. Nella preparazione di Nah poh e Nkui rientrano rispettivamente una decina di spezie, derivate a loro volta da diverse parti di piante (tra cui: frutti, foglie, corteccia, radici, rizomi), utilizzate principalmente per dare un contributo al sapore e all’aroma delle due salse. 

Un colorato mercato locale in un piccolo villaggio vicino a Batoufam City in Camerun.

Entrambe queste preparazioni vengono tradizionalmente usate in Camerun per il trattamento di disturbi gastrici, soprattutto per il trattamento di ulcere peptiche. In aggiunta Nkui, oltre ad essere ritenuta una salsa molto prelibata, è associata a diversi effetti benefici o curativi, in particolare per la donna in età fertile. Si ritiene, infatti, che possa migliorare la fertilità, facilitare il parto e prevenire emorragie nei mesi successivi alla gravidanza. In Camerun, inoltre, le donne utilizzano Nkui anche per stimolare la produzione di latte.

Sulla base di queste premesse abbiamo condotto in laboratorio uno studio su 11 spezie camerunesi, incluse in queste preparazioni, valutando le loro proprietà antinfiammatorie e antiossidanti in un contesto gastrico, al fine di comprendere i potenziali benefici nei confronti dell’ulcera peptica.

Dopo aver sottoposto le spezie a procedure di estrazione, abbiamo misurato il contenuto di polifenoli e le rispettive capacità antiossidanti, individuando le spezie con maggior potenziale.

Inoltre, sei di questi estratti hanno manifestato attività anti-infiammatoria nel nostro modello cellulare, modulando diversi mediatori dell’infiammazione. Tra questi, l’estratto di Tetrapleura tetraptera (Schum. & Thonn.) Taub. (nota con il nome di prekese) è stato l’unico ad inibire la produzione di ciclossigenasi-2, un enzima fondamentale per la risposta infiammatoria e già bersaglio di diverse terapie farmacologiche.

Immagine dei frutti di Tetrapleura tetraptera, usati tradizionalmente come spezie.

Il nostro studio ha quindi posto le prime basi scientifiche a supporto dell’uso tradizionale di queste salse, aprendo la strada a nuovi approfondimenti sulle proprietà di queste spezie, in primo luogo sulle tipologie di molecole in esse presenti.

Sebbene il nostro studio abbia dato riscontri positivi, seppur preliminari, è importante sottolineare che non sempre questi studi etnofarmacologici portano alla conferma delle supposte attività medicinali. Per questo motivo è importante ribadire l’utilità dell’approccio scientifico, al fine di discriminare i preparati sulla base della loro reale efficacia.

Pubblicazione scientifica
Dietary Cameroonian Plants Exhibit Anti-Inflammatory Activity in Human Gastric Epithelial Cells. 
Nwakiban APA, Fumagalli M, Piazza S, Magnavacca A, Martinelli G, Beretta G, Magni P, Tchamgoue AD, Agbor GA, Kuiaté JR, Dell'Agli M, Sangiovanni E. Nutrients. 2020 Dec 10;12(12):3787. doi: 10.3390/nu12123787.

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