Progressi sulla malattie rare del metabolismo lipidico

Buongiorno! Sono Marta Gazzotti, una dottoranda al terzo anno in Scienze Farmacologiche Biomolecolari, Sperimentali e Cliniche. Negli scorsi anni avevo cominciato a raccontarvi lo studio LIPIGEN (LIPid transPort disorders Italian GEnetic Network), uno studio osservazionale promosso dalla Fondazione della Società Italiana per lo Studio dell’Aterosclerosi (SISA), finalizzato alla creazione di un database nazionale di soggetti affetti da dislipidemie genetiche, sia più frequenti che rare. 

Attraverso questo studio, avevamo iniziato ad affrontare il tema dell’ipercolesterolemia familiare (in inglese Familial Hypercholesterolemia, abbreviata come FH) sia nei soggetti adulti che nei bambini. Lo studio ha portato all’analisi genetica di più di 6000 soggetti con diagnosi clinica di FH, permettendo il consolidamento non solo del Network creato, ma anche delle modalità per la raccolta ed analisi dei dati, fornendoci così un modello solido da poter esportare anche ad altre patologie. 

Inoltre, poiché in tempi recenti sono stati fatti progressi importanti nell’ambito delle malattie rare del metabolismo lipidico, come documentato dal recente Consensus sulle dislipidemie rare pubblicato dall’European Atherosclerosis Society (EAS), è stato deciso di estendere il registro anche alle ipertrigliceridemie severe, in particolare a quella denominata “sindrome chilomicronemica familiare” (in inglese familial chilomicronaemia syndrome – FCS).

Questa patologia è una malattia genetica rara del metabolismo delle lipoproteine ricche in trigliceridi (TRL), caratterizzata da grave ipertrigliceridemia, presenza di chilomicroni a digiuno, livelli di trigliceridi superiori a 885 mg/dL, e risulta associata ad un aumentato rischio di episodi ricorrenti di pancreatite potenzialmente letale.

Nei soggetti con questa patologia, infatti, i chilomicroni (cioè le lipoproteine che trasportano i trigliceridi ed in parte il colesterolo assunti con la dieta a livello dell’intestino), invece che essere fisiologicamente eliminati dopo circa 2 ore, persistono e tendono ad accumularsi nel flusso sanguigno (chilomicronemia). Nel 90% dei casi, questo fenomeno è dovuto a mutazioni nel gene che codifica per l’enzima lipasi lipoproteica (LPL), deputato all’idrolisi dei trigliceridi, oppure in altri geni che codificano per alcuni suoi modulatori, fattori interagenti implicati nella lipolisi. 

Le manifestazioni cliniche di FCS, che si possono presentare fin dalla giovane età, sono sintomi gastrointestinali, come la comparsa di dolore addominale ricorrente, oppure gravi episodi di pancreatite acuta. In aggiunta, altri sintomi caratteristici di FCS sono la presenza di xantomi eruttivi, lipemia retinalis ed epatosplenomegalia, a cui si possono aggiungere sintomi neurologici come irritabilità, alterazioni della memoria e depressione. 

Raffigurazione del pancreas

Tuttavia, una diagnosi certa di FCS è presente solo nell’1-2% dei soggetti affetti da ipertrigliceridemia severa e può essere facilmente confusa con la più comune forma di sindrome chilomicronemica multifattoriale (in inglese, multifactorial chylomicroneamia syndrome –MCS ), dovuta a una suscettibilità poligenica e alla presenza di fattori secondari non genetici, tra cui co-morbidità note per causare un aumento dei livelli di TG plasmatici (tra cui diabete non controllato e ipotiroidismo), fattori ambientali (come abuso di alcol e cattiva alimentazione) e alcuni trattamenti farmacologici (come estrogeni, glucocorticoidi, farmaci neurolettici). Da ciò si evince l’importanza di sottoporre a test genetico i casi sospetti, così da avere la conferma o meno che si tratti di FCS, evitando ritardi nella diagnosi a quando ormai si sono già verificati eventi acuti di pancreatite. 

Attraverso l’apertura del registro LIPIGEN alla FCS, potremo quindi identificare anche i soggetti affetti da questa tipologia di ipertrigliceridemia severa sul territorio italiano mediante l’utilizzo di protocolli condivisi, validare il sospetto diagnostico e inviare il campione ai laboratori specializzati per l’analisi genetica solo laddove ci sia un forte probabilità di origine monogenica della patologia. 

In conclusione, l’analisi dei dati raccolti ci permetterà di effettuare la stima della prevalenza, dell’incidenza delle forme rare di dislipidemie genetiche e l’identificazione di eventuali “cluster” e/o sottopopolazioni a rischio; da questi risultati si potranno derivare priorità sia per intraprendere interventi sanitari mirati sia per indirizzare studi riguardanti l’eziopatogenesi e l’identificazione di fattori che possono condizionare la prognosi di specifiche forme rare. 

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