Colesterolo buono (HDL) ed effetti cardiovascolari: non solo vasoprotezione

Mi chiamo Arianna e sono una dottoranda giunta ormai all’ultimo anno di dottorato in Scienze Farmacologiche Biomolecolari, Sperimentali e Cliniche. Durante il mio percorso ho avuto modo di approfondire la conoscenza delle lipoproteine in ambito cardiovascolare e, nello specifico, il laboratorio di cui faccio parte focalizza l’interesse di ricerca sulle lipoproteine ad alta densità, ovvero le HDL. Queste particelle svolgono una moltitudine di funzioni protettive nei confronti degli eventi cardiovascolari, che hanno contribuito alla loro denominazione comune di “colesterolo buono”. 

Una delle attività anti-aterogene fondamentali e più note di queste lipoproteine è il cosiddetto “trasporto inverso del colesterolo”, un meccanismo attraverso il quale il colesterolo viene rimosso dai macrofagi della parete arteriosa, dove si è accumulato, e veicolato dalle HDL al fegato per la sua successiva eliminazione.

Il primo passo di questo importante processo è la rimozione del colesterolo dalle cellule, mediata direttamente dalle varie sottoclassi di HDL che, interagendo con specifiche proteine di membrana, ne promuovono la fuoriuscita (efflusso). La capacità di promuovere l’efflusso di colesterolo delle HDL è un indice di protezione cardiovascolare: numerosi studi hanno infatti dimostrato che questo parametro è inversamente correlato con l’incidenza degli eventi cardiovascolari, indipendentemente dalla concentrazione di HDL. Queste ricerche indicano che la funzionalità delle lipoproteine è più importante della loro quantità nel definire il rischio cardiovascolare. 

Tuttavia, l’effetto anti-aterogeno delle HDL non si limita al solo trasporto inverso del colesterolo. 

Infatti, numerosi studi hanno dimostrato che le HDL contribuiscono a preservare l’omeostasi dell’endotelio dei vasi, riducendo la produzione di molecole pro-infiammatorie e di adesione cellulare e promuovendo il rilassamento della parete vasale ed il mantenimento dell’integrità della barriera. A livello endoteliale, le HDL svolgono anche un’attività anti-ossidante, che contribuisce a proteggere dal danno ossidativo le pareti dei vasi. 

Oltre alle importanti funzioni anti-aterogene a livello periferico, le HDL possiedono proprietà cardio-protettive dirette, sulle quali sto focalizzando il mio interesse nell’ultimo periodo. A livello cardiaco, sono stati descritti numerosi meccanismi HDL-mediati atti a preservare l’integrità e la funzionalità delle cellule cardiache. In alcune condizioni patologiche, come la sindrome coronarica acuta, tali attività possono risultare compromesse, aumentando il danno cardiaco. Ad esempio, è stato descritto in letteratura che le HDL svolgono un’azione anti-ossidante e che tale attività è tipicamente ridotta in pazienti con malattia coronarica rispetto a soggetti sani; inoltre, le HDL riducono i fenomeni apoptotici aumentando la vitalità dei cardiomiociti e anche questa proprietà citoprotettiva può venire compromessa in soggetti affetti da patologie cardiache. 

Attualmente, sto avendo l’opportunità di approfondire queste attività delle HDL in un modello in vitro messo a punto per mimare un particolare tipo di insulto caratteristico della sindrome coronarica acuta, ovvero il danno da “ischemia/riperfusione” che si verifica in seguito ad infarto miocardico. Infatti, durante questo evento, il cuore viene sottoposto ad una condizione di ipossia, ovvero carenza di ossigeno; tale condizione può essere mitigata solo ripristinando il flusso sanguigno e pertanto ri-ossigenando il tessuto cardiaco. Questo processo, tuttavia, è associato ad un ulteriore danno al tessuto cardiaco, che paradossalmente aumenta la mortalità dei cardiomiociti.

In questo contesto patologico, le HDL, se funzionali, sono in grado di mitigare l’effetto negativo del danno da ischemia/riperfusione a livello cardiaco, riducendo lo stress ossidativo ed esercitando un’azione citoprotettiva.

L’approfondimento delle proprietà cardio-protettive HDL-mediate, nonché lo studio dell’effetto di una loro compromissione e del loro eventuale ripristino, possono potenzialmente aprire uno spiraglio nella messa a punto di strategie terapeutiche efficaci nel ridurre il danno cardiaco durante la sindrome coronarica acuta, che rappresenta ancora oggi una delle maggiori cause di morte nei paesi occidentali.

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