L’influenza della genetica nella depressione

È ormai chiaro nella comunità scientifica che le patologie psichiatriche abbiano un’origine multifattoriale: alterazioni di specifici geni del nostro DNA possono conferire al soggetto che le possiede una predisposizione allo sviluppo di depressione, così come di altri disordini dell’umore. Tuttavia, è necessario che assieme a queste alterazioni si verifichino delle situazioni negative nella vita dell’individuo perché si possano scatenare i primi sintomi e quindi la patologia. 

Visti i ruoli cruciali della serotonina nel nostro organismo, dei quali vi avevo precedentemente parlato, non stupisce come mutazioni del suo trasportatore, il SERT, siano largamente riconosciute come predisponenti alla depressione, soprattutto a seguito di eventi traumatici che possono avere un effetto più o meno marcato a seconda del periodo di vita in cui avvengono. 

Tuttavia, più recentemente, è emerso come i portatori della variante allelica corta del SERT abbiamo una percezione amplificata non solo delle condizioni negative, che possono quindi condurre ai sintomi depressivi, ma anche degli eventi positivi che al contrario possono conferire effetti benefici. 

Per questi motivi, durante il mio percorso di dottorato che sto svolgendo presso il Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari (DiSFEB) dell’Università degli Studi di Milano, uno dei progetti di cui mi sto occupando ha lo scopo di valutare quali siano le alterazioni che derivano da mutazioni del gene che codifica per il SERT, e come queste alterazioni possano modificare la percezione e la reazione agli eventi quotidiani. 

Recentemente quindi, in collaborazione con il Donders Insitute for Brain, Cognition and Behavior di Nijimegen, dove ho avuto modo di condurre alcuni esperimenti lo scorso anno, abbiamo evidenziato come l’esposizione a un ambiente positivo abbia un effetto marcato e migliorativo dei sintomi simil-depressivi, avvalendoci di un modello con una alterata funzionalità del SERT. 

Queste nuove evidenze supportano quindi l’idea di poter utilizzare questi approcci non farmacologici come trattamento complementare della depressione, una patologia altamente invalidante caratterizzata da una parziale inefficacia dei farmaci e da frequenti ricadute. 

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