L’anoressia in una stanza

L’anno 2020 porta la firma del Covid-19, un virus che ha scosso la popolazione mondiale colpendo prepotentemente sia soggetti vulnerabili che non. La pandemia ha manifestato (e continua a farlo) conseguenze indubbiamente gravi, alcune visibili ed altre meno. Una delle conseguenze meno visibili, non strettamente legate alla sintomatologia dell’infezione virale, è l’effetto che una reclusione forzata imposta dai governi durante il lockdown per ridurre il contagio può avere su persone affette da disturbi del comportamento alimentare, in particolare su pazienti affette da anoressia nervosa (AN).

L’Istituto Superiore di Sanità ci informa che l’esordio dell’anoressia è sempre più precoce tra i giovani, e nonostante la ricerca preclinica stia progredendo, le cause della malattia non sono ancora chiare, i fattori che contribuiscono all’insorgenza sono molteplici e, soprattutto, sono altrettanti i fattori che possono scatenarne la ricaduta. Fra di essi, un fattore scatenante è l’isolamento. 

Precedentemente avevamo già discusso in questa sede i principali sintomi caratterizzanti l’anoressia nervosa: una dieta fortemente restrittiva, che ha l’obiettivo di far perdere peso, un intenso esercizio fisico, che in combinazione alla dieta portano ad una grave condizione di denutrizione, un’alterata percezione del proprio corpo e un esagerato timore di aumentare di peso. Ad aggravare il quadro emozionale e cognitivo delle pazienti affette da AN vi è la tendenza delle pazienti stesse a deprivarsi volontariamente di contatti sociali, una volontà ulteriormente peggiorata dal distanziamento sociale imposto dalla pandemia in corso, e questa forma di stress prolungato comporta una pletora di cambiamenti comportamentali, fisiologici, funzionali e molecolari. Inoltre, oltre alla ragionevole paura di contagio dovuta alla condizione fisica già estremamente vulnerabile dei soggetti affetti da anoressia, si aggiunge l’impossibilità di praticare esercizio fisico nella modalità desiderata, un vincolo che aumenta nei pazienti la paura di acquisire peso, favorendo l’instaurarsi di una dieta ancor più restrittiva, alimentando il circolo vizioso della condizione patologica. In concomitanza a ciò, la vita di soggetti affetti da anoressia viene complicata ulteriormente da quelli che in gergo vengono definiti “fattori ambientali”. Sappiamo bene che ad oggi la nostra quotidianità è influenzata dal mondo dei social media, che in modo estremamente semplice veicola messaggi più o meno corretti, come i modelli di bellezza e perfezione intesa come magrezza fisica. La cassa di risonanza dei social network veicolando in modo potente questi messaggi è in grado di indurre in individui vulnerabili, in una condizione di isolamento forzato in cui internet è l’unico contatto con il mondo esterno, un peggioramento dello stato emozionale che porta il soggetto ad ulteriormente controllare l’assunzione di cibo. In questo scenario, è quindi d’obbligo continuare a portare avanti la ricerca scientifica legata allo studio di tale patologia, soprattutto nella situazione odierna, in cui il tasso di incidenza e ricaduta dell’anoressia è in grande aumento, un problema dovuto anche al fatto che il sostegno psicologico e sociale per questi pazienti risulta al momento complesso da organizzare. Nel laboratorio di ricerca di cui faccio parte, al Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari dell’Università degli Studi di Milano, la ricerca non si ferma, seppur rispettando le restrizioni dettate dalle norme anti-Covid19 stiamo portando avanti un progetto di ricerca finanziato da Fondazione Cariplo volto ad indagare i meccanismi neurobiologici alla base dell’anoressia nervosa, studiando quelli che sono i processi e i bersagli molecolari che potrebbero essere responsabili del mantenimento della patologia. In particolare, ci stiamo focalizzando sullo studio dell’asse Ipotalamo-ipofisi-surrene, o asse HPA, il principale coordinatore centrale dei sistemi di risposta neuroendocrina allo stress, e sui glucocorticoidi, le molecole deputate alla mediazione della risposta fisiologica adattativa a situazioni stressanti.

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