Helicobacter pylori e gastrite, dove siamo arrivati

Per molto tempo si è creduto non fosse possibile che un batterio potesse colonizzare lo stomaco, un ambiente così acido da non permettere la sopravvivenza di alcuna forma vivente. Eppure, per almeno 50.000 anni, gli esseri umani hanno convissuto con un batterio microaerofilo, Gram negativo, capace di causare una gastrite cronica che può evolvere a ulcera e adenocarcinoma gastrico: Helicobacter pylori.

Durante questo lungo periodo, il batterio si è adattato agli esseri umani e con loro si è co-evoluto, trovando un metodo per ridurre l’acidità dello stomaco e sviluppando dei meccanismi per sottrarsi alla risposta immunitaria del suo ospite, diventando il patogeno umano di maggior successo finora conosciuto. 

Furono i ricercatori australiani Barry Marshall e Robin Warren, negli anni 80 del secolo scorso, i primi a identificare questa creatura nei tessuti gastrici di pazienti con ulcere o gastriti croniche. Mentre tutti guardavano con scetticismo il lavoro dei due giovani scienziati, pensando a un errore o a una contaminazione dei tessuti, tra i due stava nascendo l’idea che questo batterio potesse essere coinvolto nell’eziologia di queste patologie. Credendo fortemente nella sua ricerca, Marshall decise di auto-infettarsi bevendo una soluzione concentrata di batteri vivi, si ammalò di gastrite, isolò il batterio dall’ulcera formatasi e, in seguito a una terapia antibiotica di due settimane, guarì. La tenacia dei due fu ricompensata con un premio Nobel per la medicina nel 2005. 

(In un’intervista rilasciata il 4 ottobre 2006 Marshall disse: “Everyone was against me, but I knew I was right”).

Il perché questa scoperta è così importante lo rivela qualche percentuale: il 50% della popolazione mondiale è affetta da questo patogeno, la maggior parte delle persone infettate sono asintomatiche, tuttavia il 15-20% sviluppa nel corso della vita gravi patologie, tra cui ulcere gastriche e duodenali, adenocarcinoma e linfoma gastrico. Inoltre, nel 1994, l’OMS ha classificato questo batterio come cancerogeno di classe I. La trasmissione del microrganismo è interumana e avviene per via oro-orale, oro-fecale (per esempio attraverso acque contaminate) e gastro-orale. 

La capacità del batterio di colonizzare l’ambiente inospitale dello stomaco umano e di provocare una conseguente infiammazione è dovuta alla combinazione dei suoi fattori di virulenza. I geni di H. pylori che codificano per questi fattori evolvono rapidamente attraverso mutazioni e ricombinazioni, modificando l’interazione batterio-ospite e andando a costituire vari ceppi batterici con differenti virulenze.

La terapia per la cura dell’infezione di H. pylori è, dunque, sempre in evoluzione, soprattutto a causa della comparsa di ceppi batterici resistenti ai farmaci. Quella oggi proposta è basata sulla combinazione, per almeno 14 giorni, di un farmaco inibitore di pompa protonica, efficace contro l’acidità gastrica e, a seconda dei casi, di due o tre antibiotici. Per coadiuvare questo lungo trattamento di eradicazione, una delle strategie più innovative è l’utilizzo di prodotti di origine naturale, i quali potrebbero diminuire gli effetti collaterali dei farmaci e migliorare l’aderenza alla terapia. Per il laboratorio di Farmacognosia, che già studia l’infiammazione gastrica, la valutazione del potenziale effetto anti-batterico delle sostanze naturali, già tradizionalmente usate per migliorare sintomi della patologia, è uno degli sviluppi più interessanti, al fine di trovare nuove molecole attive per i fenomeni di gastrite.

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