A caccia di nuovi biomarcatori di aterosclerosi: il calcio carotideo

Le attuali linee guida per la prevenzione cardiovascolare raccomandano l’identificazione dei soggetti ad alto rischio attraverso il cosiddetto calcolo del rischio cardiovascolare globale. 

Purtroppo, è ormai ampiamente accettato che questi algoritmi predicono il rischio in modo subottimale e, nella migliore delle ipotesi, questi sono in grado di predire in modo corretto circa il 60-65% del rischio di sviluppare eventi vascolari. Spesso questi eventi sono registrati persino in individui che non presentano alcun fattore di rischio convenzionale.

A tal fine, attualmente si utilizzano diversi algoritmi matematici (come il Framingham Risk Score o lo score generato nell’ambito del progetto Cuore) capaci di stimare la probabilità di essere colpiti da un evento cardiovascolare, quali infarto miocardico ed ictus, sulla base della presenza/assenza di alcuni fattori di rischio tradizionali.

Uno degli approcci più ampiamente accettati dalla comunità scientifica per aumentare la capacità degli algoritmi di predire eventi vascolari futuri è quello di integrare l’informazione derivata dagli stessi con quella derivata da tecniche di imaging non invasive capaci di fornire informazioni precise ed accurate sulla presenza di aterosclerosi subclinica, che si sa essere predittiva di quella clinica. 

Tra questi, il Coronary Artery Calcium (CAC) score, basato sulla quantificazione di calcio presente nel distretto coronarico, è uno degli strumenti con la più ampia capacità di riclassificare nella categoria ad alto rischio soggetti che erano stati erroneamente classificati a rischio basso o intermedio, dall’insieme dei fattori di rischio. Purtroppo, a prescindere da questi aspetti indubbiamente vantaggiosi, il CAC score presenta anche alcuni limiti. Ad esempio, la tecnica utilizzata per la sua valutazione (ossia, la tomografia computerizzata) richiede l’esposizione ai raggi X, cosa che rende la procedura non completamente non invasiva. 

È pertanto necessario identificare nuovi biomarcatori, misurabili attraverso metodiche completamente non invasive, che possano competere con il CAC score in termini di performance nella capacità di riclassificare nella categoria più appropriata il rischio cardiovascolare stimato dai fattori di rischio.

È nostra opinione che un possibile candidato potrebbe essere il Carotid Calcium Score (CCs), un indice direttamente associato alla quantità di calcio presente nelle placche aterosclerotiche del distretto carotideo, rilevato mediante ultrasonografia B-mode. In un esame ultrasonografico delle arterie carotidi extracraniche, le placche calcifiche sono facilmente distinguibili da quelle non calcifiche in quanto le prime generano un cono d’ombra la cui dimensione è facilmente misurabile: maggiore è l’estensione del cono d’ombra, maggiore sarà la quantità di calcio nella placca valutata.

La valutazione della capacità predittiva e di riclassificazione del rischio del CCs è proprio uno degli obbiettivi di uno dei progetti in essere presso la “Unità per lo Studio della Morfologia e della Funziona Arteriosa”del Centro Cardiologico Monzino, presso cui sto svolgendo il mio dottorato di ricerca in Scienze Farmacologiche Biomolecolari, Sperimentali e Cliniche.

Obiettivo di questo progetto è appunto quello di misurare il CCs su immagini ecografiche derivate dalla banca di immagini raccolte nell’ambito dello studio IMPROVE, uno studio prospettico, multicentrico, longitudinale ed osservazionale, specificamente progettato per identificare nuovi biomarcatori di eventi vascolari in una popolazione europea di pazienti ad alto rischio. 

L’elevata potenza statistica dello studio, conferita dall’elevata dimensione del campione (3703 soggetti), ha già consentito l’individuazione di altri biomarkers di imaging predittivi di evento (come, ad esempio, l’allargamento del diametro dell’arteria carotide comune) capaci di migliorare significativamente la riclassificazione del rischio cardiovascolare stimato sulla base della presenza dei fattori di rischio convenzionali.

Ha senso spendere tempo nella misurazione del CCs? La risposta è sì. Infatti, il CCs potrebbe costituire un sostituto completamente non invasivo del CAC score coronarico, quale biomarcatore di aterosclerosi subclinica, ed essere utilizzato in aggiunta, e non in alternativa, ad altri indici surrogati nei programmi di prevenzione. Se così fosse, lo studio permetterebbe di aumentare le attuali potenzialità di stimare in modo corretto il rischio di quel 35-40% di soggetti che sviluppano eventi pur presentando pochi o nessun fattore di rischio tradizionale.

Cono d’ombra di una placca calcifica presente nell’arteria carotide interna

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