La Filosofia di Ana: “…finché non vedi le tue splendide ossa.”

“Senti una voce che ti dice di farlo? Io sono la piccola voce… Io so tutto… Io sono la tua Ana”.

Cari lettori, mi chiamo Francesca Mottarlini, sono al primo anno di Dottorato in Scienze Farmacologiche Biomolecolari, Sperimentali e Cliniche presso il DiSFeB dell’Università degli Studi di Milano e sono qui per presentarvi Ana.

Ana sta per Anoressia Nervosa, una ormai completa personificazione, o meglio, divinizzazione di una condizione patologica devastante, tanto potente da essere in grado di insediarsi profondamente e in modo radicale nelle vite dei giovanissimi ed esercitarne il completo controllo. Ana è una malattia psichiatrica, in termini medici un DCA (disturbo del comportamento alimentare), che colpisce in modo preponderante i teenager, preferenzialmente ragazze, a partire dalla fascia di età di più precoce adolescenza: 11-12 anni. 

Come spiegato più approfonditamente in un post precedente, la combinazione tra una dieta fortemente restrittiva e un’intensa attività fisica è la condizione tipica che induce l’anoressia nervosa e che, con il passare del tempo ed il persistere di questi atteggiamenti, porta i soggetti che ne soffrono verso una forte denutrizione e ad uno squilibrio psicofisico multiorgano.

Coloro che soffrono di questa patologia si trovano in una condizione di non accettazione di sé, in particolare del proprio aspetto fisico. Questo status psicologico, che è sicuramente una delle concause scatenanti la patologia, è ulteriormente aggravato dal delicato periodo di crescita e sviluppo fisiologico che caratterizza gli adolescenti, che, senza ombra di dubbio, li rende più vulnerabili. L’anoressia nervosa è una patologia che esiste da sempre ma, diversamente da come poteva essere in passato, oggi è molto più facile sentirne parlare, purtroppo o per fortuna, grazie al mondo di internet e dei social media, in cui la libera espressione, l’informazione e la comunicazione sono all’ordine del giorno. 

I modelli che la società odierna offre, soprattutto tramite i social media, frequentati per numerose ore al giorno dai giovanissimi, sono definiti thinspired, ovvero modelli che esaltano la bellezza intesa come magrezza fisica. Le immagini di ragazze scheletriche diventano un vero e proprio modello da seguire che porta chi non lo è a diventarlo. I blog e i social network sono diventati un mezzo di comunicazione di massa pericolosissimo per i ragazzi adolescenti: le prime righe di questo post sono parole riprese da una chat di Whatsapp di un gruppo di ragazze pro-Ana. Con un semplice click, blog, chatcommunity sono alla portata di tutti, e vengono facilmente utilizzati come fonte da cui reperire informazioni e consigli. I gruppi pro-Ana sono tanti e diffusissimi in rete e l’obiettivo di queste chat è di creare un’unione basata sul male comune, ovvero arrivare ad Ana, ad essere Ana, colei che si presenta come un’amica che fornisce utili consigli. Questi gruppi fanno leva sulle frustrazioni e sulle insicurezze dei soggetti con il fine di spingerli verso una spirale di morte e autodistruzione, isolandoli dal nucleo familiare e, in ultimo, dalla realtà. Ciò che li accomuna è infatti una visione completamente distorta non solo della loro condizione fisica ma anche della realtà che li circonda, che diventa sempre più… magra e scarna.

Le cause? Sono tante e svariate, non per niente viene comunemente definita come una malattia multifattoriale, e purtroppo non del tutto chiare. Ciò che è chiaro è che questa patologia è caratterizzata da disfunzioni dei sistemi cerebrali che controllano i fenomeni di ricompensa ed inibizione, che in un soggetto sano permettono di discernere tra ciò che è naturalmente uno stimolo piacevole, come il cibo, e ciò che non lo è. Per semplificare, un soggetto anoressico non è più in grado di essere gratificato dai classici stimoli piacevoli della vita, ma ciò che in loro attiva il circuito della ricompensa è poter avere il completo controllo su di sé, sul cibo da ingerire e quindi sul continuo dimagrimento, che secondo il loro credo porta alla bellezza assoluta. 

Oggigiorno non esiste un trattamento farmacologico in grado di curare l’anoressia nervosa, potete dunque capire come questa patologia sia insidiosa. Per questo motivo l’obiettivo principale del gruppo di ricerca di cui faccio parte, reso perseguibile grazie ad un finanziamento di Fondazione Cariplo, è quello di indagare i meccanismi neurobiologici alla base di questa patologia, arrivare a conoscerne le cause così da poter disegnare il più mirato ed efficace trattamento farmacologico che possa consentire un pieno recupero dei pazienti. Lo scopo principale della nostra ricerca è cercare, quindi, di far luce sui meccanismi che inducono i soggetti in grave emaciazione a perpetrare un comportamento di restrizione alimentare e al contempo svolgere attività fisica. In particolare, stiamo cercando di capire se alla base di questa condizione vi sia una scorretta comunicazione tra organi periferici, come i muscoli che vengono attivati dall’attività fisica, e il cervello, nello specifico il circuito cerebrale della ricompensa. Un’alterazione che, a lungo andare, può compromettere le capacità cognitive del soggetto e, di conseguenza, indurre scompensi multiorgano, che nello 0,51% dei casi annui sono fatali.

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