Il contributo delle lucciole per comprendere la malattia di Parkinson

“C’era una volta una Lucciola, un Malato, un Mago Buono e un Male Cattivo in un villaggio pieno di gente.  Il Male Cattivo rubava la capacità di camminare, di abbracciare e le espressioni del viso dagli adulti del villaggio. I figli disperati si rivolsero al Mago Buono che velocemente inventò una pozione che riusciva ad alleviare i sintomi ma non sconfiggeva il Male. Il Mago aveva però capito che il Male si annidava nella parte più nascosta del cervello, dove anche i suoi occhi magici erano ciechi. Allora gli venne un’idea, chiese alla Lucciola di regalagli un po’ di luce perché passando attraverso il corpo potesse illuminare le zone buie. Questo gli permise di guardare attraverso il corpo come se fosse stato trasparente e così il Mago riuscì a capire in che modo il Male si insediava nel cervello e gli vennero molte idee su come sconfiggerlo”.

Questa potrebbe essere la descrizione fantasiosa del mio progetto di ricerca, come studentessa di Dottorato presso l’Università degli Studi di Milano, dove mi propongo di indagare i meccanismi alla base della neurodegenerazione che portano all’insorgenza della malattia di Parkinson. Lo studio, svolto presso il laboratorio del Prof. Paolo Ciana, vanta collaborazioni a livello mondiale, è inserito nel progetto Europeo JPND (Joint Programme – Neurodegenerative Disease Research) e si avvale di tecnologie innovative basate su sistemi reporter e imaging non invasivo.

La malattia di Parkinson, considerata principalmente una malattia della terza età, ma che in rari casi può colpire anche in età giovanile, è la seconda malattia neurodegenerativa al mondo ed è patologicamente caratterizzata dalla morte dei neuroni coinvolti nell’esecuzione dei movimenti. I sintomi principali risultano quindi essere di tipo motorio come il tremore a riposo, la rigidità muscolare, la lentezza dei movimenti e, in una fase più avanzata, l’instabilità posturale. Tutti questi sintomi pregiudicano l’abilità delle persone nel compiere le più normali attività, come lavarsi, vestirsi, cucinare e camminare, e generano pesanti ripercussioni sulla qualità della vita di molte famiglie.

Si presuppone che la malattia sia caratterizzata da una lunga fase iniziale, per lo più asintomatica, durante la quale si innescano i meccanismi patologici e i neuroni iniziano a danneggiarsi, ma è diagnosticata solo quando la maggior parte dei neuroni sono già morti o irrimediabilmente compromessi, ossia quando i sintomi motori diventano evidenti. Attualmente le cause della malattia sono per lo più ignote e le cure riescono solo ad alleviare i sintomi, ma non sono in grado di sopperire ai neuroni persi o a bloccarne la morte; inoltre, non ci sono metodi che permettono di diagnosticare la malattia prima che il danno cerebrale sia così cospicuo da compromettere il movimento. Queste carenze sono in parte dovute al fatto che il tipo di neuroni coinvolti in questa malattia sono posizionati nelle profondità del cervello e neppure le tecnologie più all’avanguardia riescono a visualizzare con accuratezza il loro funzionamento negli esseri viventi.

Per sopperire a questa mancanza abbiamo deciso di sfruttare la decennale esperienza del nostro laboratorio e di quello della Prof.ssa Adriana Maggi, per creare dei sistemi innovativi utili a studiare le fasi precoci della malattia. Abbiamo così sviluppato dei modelli che consentono di visualizzare e misurare i meccanismi molecolari operanti nelle cellule all’interno di un tessuto di un essere vivente. Questi modelli producono una proteina bioluminescente, derivata dalla lucciola, che funziona da biosensore ed è rilevabile mediante l’uso di fotocamere ultrasensibili. Analizzando la bioluminescenza emessa è possibile studiare i meccanismi coinvolti nella morte dei neuroni. In parole semplici, è sufficiente fare una serie di fotografie per vedere quando le cellule smettono di funzionare correttamente.

Il progetto è attualmente nella fase iniziale ed ha l’obbiettivo di analizzare in dettaglio i meccanismi di degradazione degli scarti cellulari e di risposta agli stimoli di stress. Entrambi questi meccanismi, essenziali per la corretta sopravvivenza della cellula, sono deregolati nella malattia di Parkinson, ma non è esattamente noto quando questa disregolazione avvenga e l’impatto che ha sulla vitalità neuronale. Chiarire il ruolo di tali processi aiuterà i ricercatori a identificare nuove strategie terapeutiche e sviluppare metodi di screening per diagnosticare la patologia negli stadi iniziali, quando un’eventuale cura risulterebbe più efficace.

2 pensieri riguardo “Il contributo delle lucciole per comprendere la malattia di Parkinson”

  1. Mi piace il tuo modo di comunicare
    la scienza..nn ti conosco e vado
    Subito a leggere l’intervista che
    sta qua sotto..
    auguri per il futuro tuo e nostro!?

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